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Mercati | Fiera di San Giuseppe, La Spezia

Attraversi la strada e improvvisa, forte e rassicurante ti arriva in faccia una nuvola di anice e vaniglia.

E’ quella di sempre, di quando, bambino, il nonno ti portava al bar Peola a prendere l’aperitivo.

Patatine e olive e qualcosa di rosso da bere al tavolino davanti ai giardini.

Era pur sempre un giorno speciale, era San Giuseppe, c’era la Fiera a Spezia.

Le collane di nocciole, la Vespucci da visitare, il primo gelato della stagione e i brigidini di Lamporecchio. Nulla è cambiato, le collane di nocciole ci sono ancora, la Vespucci è all’attracco in Arsenale e i brigidini proiettano nell’aria i loro profumi. Certo, i gelati si mangiano tutto l’anno, e forse allora non c’erano i banchi con stock di mutande Calvin Klein, ma in fondo è ancora possibile trovare, a buon prezzo, confezioni multiple di sane e confortevoli mutande ascellari.

Alla Fiera di San Giuseppe trovi di tutto, animali e ombrelli, abiti e arredi, biciclette e scarpe, fiori e aspirapolvere, giocattoli e cappelli, ma soprattutto trovi cibo, tanto cibo: è probabile comunque che non ti farai distrarre da giocolieri della frittata antigravitazionale, né dalle montagne di carote, patate e zucchine tagliate a rondelle o julienne, dietro le quali uomini rauchi, microfonati e madidi di sudore, compiono esercizi funambolici con fantasiosi oggetti a lame rotanti; più facilmente, invece, ti arrenderai alla sarabanda di leccornie e dolci, salumi e formaggi, pane e olive, frutta secca e candita, che fanno da contorno ai protagonisti di sempre: i brigidini, il croccante e la porchetta, raramente di Ariccia, quasi sempre di Montepulciano.

Non so cosa mangiassero villici e pescatori della metà del 1600, quando Spezia era un grosso villaggio, e la Fiera era probabilmente crocevia di scambi e sbocco al mare per commercianti, marinai e pellegrini che scendevano lungo la via Francigena: oggi è una sorta di caravanserraglio che mette in fila circa seicento banchi nelle strade del centro fino in riva al mare, a formare un serpentone di cinque o sei chilometri dove mangiare e bere diventa, manco a dirlo, una necessità, una mera, e costosissima, questione di sopravvivenza.

Si parla prevalentemente toscano in Fiera, ebbene sì, ma i profumi, gli odori raccontano di tutta l’Italia: il caramello e il tostato dei croccanti si confondono con anice e vaniglia, il peperoncino e le spezie insidiano i formaggi stagionati, il lievito dei pani e delle schiacce si insinua tra i profumi dello zucchero filato, la dolcezza infinita dei cannoli e delle cassate resiste all’aggressione delle zaffate d’unto di hot dog e crauti. Zeppole napoletane e taralli “scaldatielli” di Cerignola, pane carasau e torroni abruzzesi, piadine romagnole, salumi umbri e olive calabresi: tutto, tranne prodotti liguri, per dire… un pesto, un amaretto di Sassello, un biscotto del Lagaccio…niente. Solitari, alla friggitoria dei pescatori, sul molo, espongono un cartello: catéve ‘r paneto coe aciùe! (comprate il panino con le acciughe!). Resistenza estrema, disperata ma saporita.

Effluvi affumicati e tostati riempiono le vie, le case: non importa la loro qualità, sono profumi che ritornano e rimbalzano nella memoria, dandoti il senso del trascorrere del tempo. Ogni anno, nella calca, li cerchi e li ritrovi: come il Natale, anche quest’anno la Fiera è arrivata. Chissà quali sono i vostri profumi? Di quali odori si veste l’aria delle vostre strade nei giorni di festa, nei giorni delle vostre fiere?

Lunedì mattina, le strade sgombre, il traffico che è ripreso come sempre: passo in moto e dietro l’angolo, forte e penetrante, arriva il profumo inconfondibile dei bomboloni fritti. Sarà vero, sarà illusione, ma rallento, per cominciare meglio la giornata.

[Immagini: Flickr/Vanessa, Flickr/Gureu]

2 commenti a Mercati | Fiera di San Giuseppe, La Spezia

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